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Andarono per suonare e furono suonati

Se facciamo salire di un altro gradino la tensione internazionale, imponendo all’Iran sanzioni sempre più dure, saremo ritenuti responsabili di uno shock globale dell’economia che accelererà il suo collasso.

Che le sanzioni sarebbero fallite l’abbiamo capito quando gli USA hanno accettato la richiesta di 11 Paesi in difficoltà, tra i quali l’Italia, di dissociarsi da quelli che le applicavano. Ma la loro inefficacia è risultata evidente dal rifiuto della Cina, dell’India e della Corea del Sud di adeguarsi alla richiesta americana di punire la Repubblica Islamica e dal comportamento del Giappone, che ha ridotto le sue importazioni di petrolio solo del 20%.

L’Iran è tra i maggiori fornitori di petrolio al mondo, per cui le sanzioni non possono avere nessun effetto sul suo sviluppo economico. Per ora, infatti, è stato l’unico a beneficiarne, anche perché adesso numerosi Paesi gli  chiedono quantità di petrolio di gran lunga superiori a quelle richieste finora, mentre gli altri hanno finito per danneggiare se stessi.

I Paesi arabi o africani produttori di petrolio ai quali ci potremmo rivolgere, come il Sudan, l’Arabia Saudita o il Niger, non sono politicamente stabili, per cui il prezzo del BRENT, che oggi sfiora i 150 dollari al barile, continuerà a salire, mentre quello del gas russo subirà aumenti trimestrali del 15% a partire dal prossimo luglio.

Dato che le previsioni per le prossime settimane  sono sconfortanti, i liberisti che, se non minacciano di bombardare qualche Paese, si sentono impazzire farebbero bene a smettere di invocare la guerra tre volte al giorno e avanzassero qualche proposta per uscire dalla situazione in cui si sono infilati.

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